La nostra storia

17 e 18 luglio 1349, l’assedio di Palium

L’eroica resistenza dei palionensi e la necessità di ricordare la più bella pagina di storia locale

Cultura
Palo del colle lunedì 17 luglio 2017
di Vito Tricarico
Disegno di Porta Reale
Disegno di Porta Reale © R. Mitacchione

Nell’articolo pubblicato ieri veniva messa in evidenza la necessità d’intervenire con urgenza a favore del parco archeologico di Auricarro costituito da rocca, chiesa e necropoli, che sono la testimonianza più significativa della millennaria storia di Palo. Oggi propongo ai lettori alcuni brani del mio romanzo “Erculea Proles”, che riguardano la distruzione di Auricarro e l’assedio a Palo del 1349.


All’alba del giorno 17 luglio 1349 stazionavano in prossimità di Palium i capitani ungheresi con i loro uomini, il gruppo dei fuorusciti gravinesi sotto la guida del giudice Angelo del signor Gualtieri e le compagnie dei mercenari teutonici. Dietro di loro, una moltitudine infinita di cavalieri e di pedoni di Butuntum, tutti sotto il comando supremo di Hebniger, Connestabile di Lupisce. Circa duemila erano gli uomini dell’esercito ungherese ed alleato, con altrettanti pedoni armati di Butuntum per un totale di quattromila uomini in armi. I Palionensi complessivamente, considerando uomini, donne, vecchi e bambini erano circa duemilaquattrocento anime …

Cola era un giovane di circa trent’anni che aveva partecipato ad uno degli ultimi corsi dell’Erculea Proles. Era un profugo di Auricarrum ospitato con la giovane moglie e il figlioletto in un piccolo spazio della navata sinistra della Chiesa Madre. Quella notte non riusciva a prendere sonno e piangeva. La giovane moglie lo riprese: “Farai svegliare il bambino” ma Cola non riusciva a frenarsi. Intervenne un suo compagno che cercò di risollevargli il morale con una bevuta di vino contenuto in una piccola botte di legno che aveva salvato dalla sua casa di Auricarrum. Finalmente Cola, dopo l’abbondante bevuta si addormentò. Ebbe però un brutto sogno: L’angelo della morte, in una schiera di belligeranti, stava scegliendo i suoi uomini. Fra i prescelti c’era anche Cola.

Era appena all’alba, quando suonarono le campane a raccolta dei combattenti alla pugna. Cola non aveva certo l’aria felice, ma non aveva neanche la voglia di piangere. Chiese all’amico un altro sorso di vino e ne bevvero assieme. Erano tutti svegli nella chiesa, anche i bimbi. Cola diede un goccio di vino anche al figlioletto dal suo dito bagnato e gli baciò la fronte. Nella penombra guardò la moglie negli occhi per ricordare il suo sguardo e la strinse fortemente fra le sue braccia. Poi rivolto all’amico disse soltanto “Bé, ora andiamo”. Attraversò insieme agli altri la navata centrale della Chiesa Madre e fu su piazza della Minerva. Dopo pochi passi, fra i primi intervenuti, era già a difendere la Porta Illustre con una balestra.

All’avvicinarsi dei nemici, era meravigliato: quasi ogni suo colpo raggiungeva il bersaglio. Per il vino bevuto o perché voleva farsi gioco dell’angelo della morte, divenne quasi baldanzoso e spericolato e incitava a gran voce i compagni. Dopo circa un’ora di difesa della postazione però, fu trafitto da un dardo di una balestra ungherese, che lo raggiunse fra collo e petto. Fu il primo caduto dei Palionensi. L’amico lo segnò con un segno di croce sulla fronte e subito arrivarono a prelevarlo gli addetti a quel compito misericordioso. Un altro combattente della riserva corse subito a sostituire il prode Cola…

Un nuovo assalto a Palium era solo rimandato alla mattina del giorno successivo. A Butuntum tutti gli uomini, levatisi di notte, erano pronti a uscire dalla Porta Maia e dalla Porta Pendile verso Palium per un’altra giornata di combattimento, sempre preceduti dal suono delle buccine. Nonostante tutto, dopo alcune ore, gli assalitori non riuscivano ad avvicinarsi alle porte di accesso a Palium, né a superare il fossato. Nel corso della giornata di combattimento però, i gatti e le testuggini di sfondamento delle porte riuscirono a superare il lancio delle frecce incendiarie e gli strali delle balestre, ed avanzarono minacciose fin sotto la Porta Illustre a levante e sotto la Porta di Ponente. I pedoni armati erano ormai sotto le mura di Palium.

Molti uomini riuscirono a gettare i ponti in diversi punti del fossato, a scavalcarlo e ad appoggiare le scale alle mura, per tentare l’assalto. Furono lasciati tentare, ma era tutto programmato. I pedoni armati di mezze picche da cui pendevano le corde di canapa, erano riusciti a lanciarli alla sommità delle mura in diversi punti. File di uomini armati di spade e coltelli, con i loro occhi eccitati erano pronti a dare l’assalto. Nessuno però riuscì a superare la sommità delle mura. I sogni degli arditi militi caddero insieme ai loro corpi che precipitarono nel fossato. Tagliate le corde, le mezze picche restarono senza il peso degli assalitori, che cadendo, giravano i loro occhi nell’atto di precipitare, urlando. Le scale, trascinate lateralmente con pesanti aste di ferro erano allontanate e precipitavano con i loro uomini. Le macchine belliche inoltre, vennero demolite fragorosamente sotto i colpi di pesanti sassi e si schiantaron. Palium era salva … Infine, il canto di gioia


Luglio 1349: l’assedio di Palium

P’ fa la uerr alla reggina Giuann

v’levn rè Luig comma regnand

e i v’tndois valend valend

scevn occupanm tutt i t’nmend.

Arr’vorn au Addarcarr

e uattravrsorn iuomn e carr,

l’abitand scapporn a Pal

e racc’ndorn tutt i mal.

Quann arr’vorn i v’tndis

au servizj di Ungheris,

i palois all’indmeur

s m’ttern tutt’au s’cheur.

E arr’vorn i ungheres

che ìev la metà du mes,

arr’vorn i allemann

ca facev’n nu sacc d’dann.

S piazzorn atturn a Pal

e p’rtavn odij e mal,

non’aveva passà la n’ttat

ca iern’ accioit comm’ai dannat.

C’mbattevn i palois comm’ai lion

p tre doij d’ solleon,

senza suenn e senza carr,

la gend d’Pal e du Addarcarr.


Scettavn i scal a chidd’ardit

ca nghianavn chi cord e chi piet,

ai Ungheres sott’ai port,

chi arc e frecc g devn la mort.

Au fiduciarj e alla reggina Giuann

i vingitor g’rdavn osann

e gr’davn fort fort

co tutt la vosc che t’nevn n’gann.

Senza la trupp du Palatin

erna vind chedda matin,

senza cap e c’mmannand,

tanda n’moisc l’vorn da nand

Ma chidd t’rnorn la dia dop

chiù meggh’iarmat e vendicativ,

cap tuest e senza raggion

azz’pavn la cap contr’ai bastion.

Tutt i palois s’fecr onor

e cmbattev’n c’tanda furor,

e lassorn la terr e u paiois

tutt’ i n’moisc p’ non ess’acciois.

E jnd a Pal assì la bann

inneggiann allà reggina Giuann

chi uagneun ca scev’n candann

e i picciuedd ca scevn candann.


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I commenti degli utenti
  • Nicolantonio Cassano ha scritto il 17 luglio 2017 alle 06:45 :

    Un bel racconto della mia amata Palo del Colle, bello anche leggere la poesia in dialetto Palese, grazie di questo scritto Rispondi a Nicolantonio Cassano

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